Per fare un generale, ci vogliono 20 anni

La crisi sociale ed economica che sarà il futuro del post-covid, necessitava di altri generali. Che non si possono creare per decreto. Una pandemia gestita come nel 1340, con la limitatezza della scienza che si riduce a ipotesi statistica

RAGUSA – E’ doveroso un preambolo. Ovvero che in situazioni di emergenza, la decisione non è facile, il tempo è scarso, la necessità di agire è pressante.

E non tutti riescono, non tutti possono. Alcuni psicologi raccontano tale accadimento con l’esempio dell’ “incidente da autobus”: dopo il fatto, alcuni restano shockati, alcuni piangono, altri delirano. In pochi sono capaci di assumere una sorta di leadership e cercare soluzioni ai problemi contingenti.

Detto questo, e con tutto il riconoscimento per la inattesa e sconosciuta situazione che ci troviamo a vivere, in Italia la leadership che il caso ha decretato sedesse sugli scranni, non è forse la più adatta a questo incidente di autobus.

Autorevolezza vs autorità

La prima cosa da evidenziare è che la compagine al governo non gode di una ampia e riconosciuta autorevolezza nazionale.

Ha si autorità e, difatti, per quello manda le polizie in giro con elicotteri e droni a controllare inermi cittadini.

Ma non ha quel riconoscimento collettivo da parte della popolazione tutta che va oltre ed al di là dello schieramento politico. Come è, per esempio, il Presidente della Repubblica.

Il fatto di avere, Conte, guidato prima una coalizione d’orientamento destro-euroscettico e poi, dalla mattina alla sera e smentendo se stesso, andare a proporsi leader di una di sinistra-europocentrica, depone a favore di un’immagine dell’attuale presidente come di un ‘ricercatore di opportunità personali’.

Accanto a lui, da questo “cilindro magico post Pepeete”, sono poi usciti una pletora di amministratori a vario titolo. Molti con ben pochi titoli se non una filosofia di ‘cambiamento’ piuttosto confusionaria.

Come, ad esempio, il conclamato ‘uno-vale-uno‘ che, insieme al ‘vaffanculo“, è stato il leit-motiv elettorale dei 5 Stelle è che oggi, in un clima di ricerca di competenze, è davvero pericoloso.

La culla dei tecnico-scienziati

Fin dai primi momenti seri, è quindi parso che il presidente Conte sia imbrigliato ed impaurito dentro questa sorta di claque di alleati, rappresentativi di diversi mondi già cristallizzati in interessi di parte e, molto, raffazzonata.

Tutto ciò lo ha spinto a cercare una culla consolatoria ed un abbraccio protettivo, nel “comitato tecnico-scientifico’ costituito da chi, nel caso specifico, pare avere conoscenze forse più teorico-burocratiche che clinico-operative nel campo delle varie ‘ologie’ (virologia, infettivologia, ecc ecc).

Questi, indistintamente e pedagogicamente chiamati “scienziati”, sono degli iper-specialisti, che hanno però un problema originario: riescono a vedere solo un aspetto della situazione. Loro vedono solo il virus e basta: il loro limite è la loro specializzazione.

Scienziato: s. m. Chi ha acquisito profonda conoscenza di una o più scienze, attraverso studî intensi e costanti, e con serietà di metodo e d’indagine (Treccani)

Quando questi scienziati sono stati investiti del problema, hanno detto quello che la limitatezza della loro super-specializzazione, suggeriva: per fermare il virus, dobbiamo fermare la popolazione.

E lo hanno detto non da dentro un laboratorio in cui dovrebbero essere immersi nella costante, intensa e seria ricerca per definirsi ‘scienziati’ (come dice la Treccani), ma da poltrone burocratiche, forse anche piuttosto lontane dai laboratori e da cui, socialmente ed economicamente protetti, hanno potuto pontificare.

Probabilmente anche confortati dall’esempio della Cina per cui, se lo avevano fatto loro, 1.300.000.000 abitanti, perchè non dovevamo farlo noi, 60.000.000 abitanti.

Visione super specializzata, perciò parziale

Nella visione specializzata e parziale questo era il loro modo di fermare il virus. Le eventuali conseguenze, da quelle economiche a quelle sociali erano di secondaria importanza. O addirittura di nessuna importanza.

Conte, rispetto a loro, pare aver ampiamente abdicato nel decidere. Certo, ha formalmente scelto di andare in tv e farsi vedere e leggere i discorsi. Ma ha riportato probabilmente in maniera piuttosto integrale le indicazioni del ‘comitato tecnico-scientifico’.

Ad un certo punto è diventato così evidente che fossero “loro” a decidere che si è sentito in dovere di chiarire che ‘il comitato dava dei suggerimenti ma poi lui, come entità politica, decideva il da fare‘.

In latino, era già in voga nel Medioevo dire che: excustio non petita, accusatio manifesta

Chissà se un giorno qualche scienziato/psichiatra potrà analizzare il modo di parlare ai cittadini di una nazione democratica dicendo: “vi permettiamo… vi autorizziamo… vi consentiamo” come se fosse un conte qualsiasi che parla alla plebaglia.

Come nel 1300

Una gestione complessa senza dubbio, questa di un corona virus assurto agli onori della cronaca.

Ma co-stretta in un processo gestionale troppo grezzo, per una società complessa come quella del XXI secolo.

Come ha ricordato il prof Barbero durante una diretta online YouTube pur senza dare giudizi in tal senso, il covid_19 del 2020 è stato affrontato come si fece con la peste del 1340 circa in Europa.

A quel tempo, le città-stato si chiusero all’esterno, i malati venivano segregati in casa, i corpi bruciati, la fame diventò potente.

Nessuno protestava perchè la democrazia non era ancora stata inventata ed il conte (o duca) di turno decideva senza timori, chiuso nel castello, sfamato ed avendo l’esercito a disposizione. Oltre ad avere la propria corte a mo’ di ‘comitato’.

La soluzione, del conte di allora, era aspettare che passasse il tutto.

La Scienza è solo Statistica?

Dopo 700 anni, i politici ed i “comitati tecnico-scientifici” adottano lo stesso criterio, usando la “scienza” che, pare conclamato, alla fine è solo “statistica”.

Se un medicinale qualsiasi è grandemente studiato ma, poi, per essere valido deve essere statisticamente testato su almeno due gruppi di volontari (test ‘doppio cieco‘) per vedere se funziona, vuol dire che il risultato è piuttosto legato alla statistica sul funzionamento, piuttosto che sulla capacità scientifica di intervenire.

Se non va bene il test, si prova altro, poi altro, poi altro. Ecco perchè pare ci vogliano 5 o più anni per un medicinale: è una serie scientificamente organizzata di tentativi.

E’ purtroppo la debolezza del vivere umano. Che ha forse scoperto l’1% della Natura e del suo funzionamento ma incorona esperti e scienziati solo se sono riconosciuti dai gioverni e da chi comanda.

Un affidarsi quasi da talismo a esperti-sciamani. Come coloro che, a quanto pare, hanno elaborato un “piano segreto” del governo, 55 pagine e con 92 (novantadue) scenari possibili, milioni di contagiati, migliaia di morti, in cui il problema fondamentale, poi, rimane sempre uno: ci sono pochi letti nelle terapie intensive.

Scenari, appunto pare 92, con cui il ‘comitato tecnico scientifico di esperti” ha consigliato a Conte di prolungare la reclusione in casa fino al 17 maggio per raggiungere oltre 70 giorni di divieto di libera circolazione. E, probabilmente, dopo la socialità sarà ancora scientificamente violentata.

Questo studio degli esperti di governo che ha suggerito ancora ben oltre 10 giorni di reclusione coatta nelle abitazioni, è stato ampiamente contestato anche in termini scientifici da uno studio della “Holding Carisma“.

qui il link all’articolo giornalistico del L’Inkiesta e qui il documento di Carisma.

Per fare un generale, ci vogliono 20 anni

Scenari veritieri o no, quel che serve è un vero generale che sia adatto a capire tutti gli aspetti e che, pur avendo il suo stato maggiore, poi decida non a maggioranza per non sentire la colpa della responsabilità finale (non “siamo in guerra”, come amano definire questa situazione?).

Ma per fare un generale, per arrivare a comandare e decidere, non si prende il primo disponibile da un cilindro, lo si agghinda di divisa e gli si dà il bastone del comando.

Ad essere Generale, esempio dell’Arma dei Carabinieri che raccoglie il 70.5% del consenso degli italiani a riconoscerne la professionalità (Eurispes 2019), ci si arriva dopo decenni, partendo da una accademia, da una formazione appropriata, seguendo percorsi di crescita professionale orientati alla gestione delle emergenze. E si fa esperienza sul campo. Si forma un carattere ed una visione.

I ‘generali’, in guerra, sono quelli che sì ascoltano gli esperti, ma poi decidono riuscendo a capire tutti gli aspetti del problema.

Immaginate un generale che, al suo Stato Maggiore, indichi la necessità di conquistare una città. Se tra il suo staff ha solo comandanti di artiglieria, quelli potrebbero dire: ‘Signor generale, cannoneggiamo tutto‘. Loro sono specialisti in questo, dopotutto.

Certo, dopo magari 70 giorni di cannoneggiamento, la città la prendi. Ma distrutta, con tutti i civili morti, inutile e senza futuro.

Non è facile fare il generale, questo è chiaro. Peggio se uno si trova con le “stellette” preso dalla tranquilla burocrazia universitaria in cui a ha che fare solo con studenti, apertamente poco critici per definizione. Senza magari un percorso politico di vita sul territorio, di crescita tra la gente, di conoscenza dei problemi data anche dalla necessità della ricerca del consenso elettorale.

Insomma, denigrati quanto volete, ma senza essere né Craxi, né Andreotti.

Un certo merito a Conte va dato: la pressione a cui è sottoposto è tanta ed almeno ci mette la faccia, pur essendo attorniato da altret-tanti ufficiali della riserva“. Forse, anche suo malgrado, acquisendo anche una certa capacità di stare davanti le telecamere ad esprimere concetti in tv, cosa non facile in certi frangenti.

Ma come è stato scritto su Foreign Policy, ‘Il corona virus ha messo in evidenza le competenze, o le mancanze di esse, nei governi“,

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