Diamo i numeri. Perchè non si può bloccare una Nazione

Con la chiusura totale a persone ed attività economiche, l'Italia è un ginocchio. La Germania ha seguito un'altra via che, probabilmente, anche l'Italia poteva perseguire. Oggi loro stanno "riaprendo". Noi continuiamo ad aspettare. E sperare.


RAGUSA – Dobbiamo dare i numeri per cercare di capire.

Partiamo dal fatto che, se non hanno cambiato idea, il Covid_19 rimane un virus della famiglia dei ‘corona virus’, responsabili di malattie che vanno dal raffreddore alla Sars.

Secondo l’OMS (Organizzazione Mondiale della Sanità) la “maggior parte di coloro che vengono contagiati, hanno sintomi di lieve o moderata difficoltà di respirazione che non richiede nessun trattamento speciale“.

Sempre secondo l’OMS, “A rischio sono gli anziani, coloro che sono soggetti ad altre patologie come problemi vascolari, diabeti, malattie croniche respiratorie, cancro. Questi soggetti potrebbero andare incontro a serie complicazioni“.

Il CDC americano, il corrispondente al nostro Istituto Superiore di Sanità, indica tra le altre patologie anche l’asma, malattie di cuore, malattie immunodepressive come trapiantati, fumatori, Aids.

I soggetti a rischio, sono, a quanto pare, ben individuabili.

Numeri in Italia: 95,2% decessi in anziani ‘fragili’

In Italia, tale virus è stato conteggiato in 169.325 casi (ISS, 20 aprile). A tale contagio, sono stati collegati 21.551 decessi benchè non accertati siano i casi effettivi di decessi ‘per causa’ del corona virus.

Comunque, di questi decessi, il 95.2% sono relativi a uomini e donne anziani e nella fascia di età 60-90 anni. L’età media è di 79 anni.

Secondo i dati ancora dell’ISS, nei deceduti classificati per/da ‘corona virus”, il numero medio di patologie osservate è di 3,3 con il 3,6% 0 patologie, 14,4% almeno 1 patologia, il 20,7% 2 patologie e il 61,3% 3 o più patologie.

Cioè, chi è deceduto aveva delle patologie, in media 3,3, che lo hanno reso debole nei confronti di questo virus.

Nel 96,7% dei casi il tratto saliente è stata la insufficienza respiratoria, poi il danno renale acuto, sovrainfezione e danno miocardico acuto.

Con questi dati, si definisce ancora più il profilo del paziente più a rischio: anziano, mediamente 80 anni, soggetto a patologie pregresse, specialmente uomo.

Situazione in Italia (fonte: Wikipedia). Se i sintomi si sviluppano in media in 3/5 giorni (Annals of Internal Medicine), come è possibile che a 40 giorni dalle restrizioni alla libertà di movimento, quindi con contatti sociali ridotti al lumicino, ci siano ancora casi? (la barra in rosso). Li stanno trovando tutti adesso?

Reclusi per mancanza di letti

Oggi, tutti noi, da oltre 40 giorni siamo in isolamento forzato non perchè se esci ti prendi il virus e muori seduta stante, stecchito come nei film. Per cui stando in casa e respirando l’aria di casa ti salvi.

Stiamo dentro perchè, se ci fossero troppi ammalati di covid_19 da trattare in terapia intensiva, contemporaneamente, gli ospedali potrebbero intasarsi, andare in crisi e mandare all’aria il servizio di assistenza ospedaliera per tutte le altre patologie.

Quindi questo è il motivo per cui ci hanno ‘condannato’ agli ‘arresti domiciliari’, persino facendo crescere l’acredine a quasi l‘odio nella popolazione verso chi fa una passeggiata nel marciapiede visto come un ‘untore’: non ci sono letti.

Questo dovrebbe essere il nodo da risolvere per risolvere tutti gli altri: la scarsità di terapia intensiva.

Allora, avendo un profilo del malato medio, non sarebbe meglio concentrare l’attenzione su questi soggetti, lasciando invece gli altri liberi di lavorare, uscire, mantenere l’economia attiva e non farla appassire?

FSE: fascicolo sanitario elettronico. Non serve a conoscere niente?

L’Italia ha un efficiente servizio dei medici di base, il ‘medico di famiglia’ che generalmente è capace di conoscere le patologie dei suoi pazienti. Abbiamo circa 55.000 medici di base in Italia che ogni giorno visitano e parlano con i loro ammalati. Sono spesso nostri amici.

Dalle loro schede di lavoro, ormai tutti su computer, è probabilmente possibile conoscere la anamnesi di tutti.

Anzi non ‘probabilmente’ ma certamente la nostra vita sanitaria è scritta nei loro computer e riversata nei server da qualche parte.

Esiste il Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) che è la nostra storia medica.

A parte regioni strane come la Campania (di quel governatore che non deve far passare i turisti che vogliono andare in vacanza che è allo 0%), la Calabria (0%) e l’Abruzzo (36%), tutte le altre regioni sono praticamente al 100% di questa procedura. Secondo il sito del Ministero, ci sono attivi 13.402.042 fascicoli medici con quasi 271milioni di referti digitalizzati.

La Sicilia è al 100% nell’attuazione del FSE, con Toscana, Lombardia, Puglia. il Veneto è al 95%, Friuli 94%, Piemonte 81%. Appunto a 0% è la Campania, la Calabria mentre l’Abruzzo è al 36%

Ci vorrebbe una maggior ricerca, ma con questi numeri non è possibile ricreare un profilo nazionale dei casi a rischio? Una mappa geografica di chi può essere malamente colpito dal virus? (ricordiamo che gli altri, lo prendono, guariscono e qualcuno neanche se ne accorge).

Tra l’altro è la funzione specifica di questo strumento: “studio e ricerca scientifica in campo medico, biomedico ed epidemiologico“.

Se come ha detto un amico medico, “l’FSE è sottoutilizzato“, certamente però i dati sono inseriti nei pc e nei server.

Un informatico sarebbe in grado di creare un programma per estrarre tutti i dati relativi alle varie patologie a rischio per ricreare la mappa di cui sopra.

Un programma per proteggere chi è a rischio, non una app fatta per controllare tutti noi, dove andiamo, chi incontriamo, cosa facciamo, sorvegliati per legge, sottoponibili a tutti i ricatti fatti da non si sa chi.

Posti pro-Covid

Ovviamente una mappa non serve se, nello stesso tempo, non si comincia velocemente a creare una rete di posti di terapia intensiva che, a quanto pare, sono l’anello debole della catena ed il nodo da risolvere.

Una unità di terapia intensiva

Invece di perdere tempo ed andare all’aeroporto ad aspettare le mascherine per far scena e farle diventare come il talismano che ci libererà dal virus (che mai se ne andrà, come tutti gli altri), bisognava passare dai 5.000 e poco più letti di terapia intensiva, a 30/50.000, pronti ad accettare chi necessitava.

Una rete nazionale, coordinata da chi ne capisce (non necessariamente i virologi, meglio adatti a stare stare dentro i laboratori), sottraendola ai governi regionali e pronta a gestire con trasferimenti su-e-giù per l’italia i casi necessari.

Come oggi abbiamo un paziente da Bergamo a Palermo, una rete del genere avrebbe salvato l’Italia e gli italiani. Una analisi che avevamo già fatto.

Sarebbe quindi stato più intelligente e coraggioso dire: ‘Scusate Italiani, state in casa per un po’. Adesso non riusciremmo a gestire troppe richieste. Ma stiamo costruendo gli ospedali che servono, li dotiamo di macchine per la respirazione e poi tornerà tutto quasi come prima’.

Invece no. Forse inseguendo la Cina, Paese con 1.365.000.000 abitanti ed a rischio di gestione sanitaria anche con solo 0,5% di contagio sulla popolazione, il governatorato italiano ha ‘recluso’ la popolazione senza una strategia precisa se non il: ‘aspettiamo, vediamo e speriamo’.

Difficile allestire nuovi letti di terapia intensiva?

Una sciocchezza allestire posti da terapia intensiva? Non proprio.

In Veneto, esempio, al centro del contagio, pare ne abbiano tirati su 800 circa extra in una settimana.

In Lombardia, dai primi 600 ne hanno poi recuperati dai vari reparti altri 400. Ora sono a 1.600.

Se, per ipotesi, in ogni Regione con l’aiuto serio dello Stato centrale si fossero fatti 500 posti letto aggiuntivi, avremmo avuto un totale immediato di 20/25.000 posti letto.

Una cosa fattiva, visto il fior-fiore di esperti e commissari nominati e che dovrebbero così occuparsi di cose più impegnative.

Persino individuando aziende italiane, che ci sono certamente, capaci di riconvertire le proprie produzione in questi prodotti di alta specializzazione.

Ed i medici ed il personale sanitario? Secondo il ministro Speranza, della Salute, in Italia sono stati recentemente assunti 20.000 tra medici e personale sanitario. Quindi il personale ci potrebbe essere e c’è.

La Germania l’ha fatto, beati loro

Mentre noi ci siamo incartati in commissari e ministri dediti alla ricerca dei guanti e mascherine, in Germania, sono passati dai 28.000 letti già in attività a quasi 56.000.

Chi ha ragionato così, con un ‘lock down parziale’ sta anche salvando la propria economia e la salute mentale dei cittadini.

Fin dai primi momenti, i tedeschi hanno cominciato a ragionare sul fatto che non servivano le mascherine per la popolazione, ma i letti da terapia intensiva.

Il limite estremo del corona virus

Il Robert Koch Institute, il loro istituto sanitario di riferimento, fin dall’inizio ha evidenziato che più letti c’erano, meno morti ci sarebbero stati.

Il RKI ha circa 1300 dipendenti di cui 450 scienziati. L’Istituto Superiore della Sanità (ISS) ha più di 2300 dipendenti. Dal sito non siamo riusciti a capire quanti scienziati. L’organigramma del RKI è qui, quello dell’ISS qui. Uno ha nomi e cognomi, l’altro disegni.

La struttura dell’infezione in Germania, è molto simile all’Italia. Hanno avuto 143.457 casi, con 4.598 decessi legati alla patologia. Età media dei decessi 82 anni.

Il totale delle unità di accoglienza (sostanzialmente “letti”) per il controllo delle terapie infettive, sono 56.442. Di questi, in 1.222 ospedali, ci sono 31.244 letti per terapia intensiva di cui 18.621 (60%) occupati e 12.623 (40%) ancora del tutto liberi. (fonte: RKI)

Non ci sono dati relativi alle mascherine, forse non li ritengono così fondamentali.

Tutto ciò ha permesso ai tedeschi di gestire questa infezione da covid in maniera più ‘normale’, senza strangolare persone ed economia.

Le misure solo obbligo di non assembramenti a più di 2 persone; i ristoranti possono preparare cibi per consegna a domicilio o prelievo. Chiusi, ovviamente, tutti i posti di possibile incontro come cinema, teatri, zoo, fitness e simili.

Questo anche se la costituzione federale della Germania prevede che i singoli Stati (Stati e non Regioni) possono agire autonomamente e, in questo caso, chi ha tentato la strada dell’impedire di uscire di casa, lo ha fatto per pochissimi giorni.

Nessuna attività religiosa è stata bloccata, come invece in Italia.

Oggi già possono parlare di ‘diminuire’ queste restrizioni pur con certe cauzioni.

Le grandi fabbriche sono tornate a lavorare, si parla di riaprire le scuole. I negozi fino a 800mq possono riaprire, concessionarie auto. Stesso trend in Austria, paese della sfera di influenza germanica.

Si sta inoltre discutendo anche della validità dell’uso di una app di tracciamento (come la Immuni in Italia) con una forte discussione sui problemi di privacy che sorgerebbero.

Tutto ciò sta permettendo alla Germania di limitare di molto i danni all’economia che uno strangolamento di mesi sta provocando in Italia.

I parchi tedeschi non sono mai stati abbandonati dalla popolazione che ha dovuto però rispettare il ‘social distancing’

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